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    Il ruolo sociale dei Consulenti del Lavoro al Festival di Genova

    Quando i Consulenti del Lavoro diventano operatori sociali
    Un viaggio attraverso la Lombardia alla scoperta di una professione che si reinventa

    C’è un’Italia che non si arrende e che si mette al servizio di chi ha più bisogno. È l’Italia dei Consulenti del Lavoro che ha deciso di scendere in campo per contribuire a costruire una società più giusta e inclusiva.

    La storia che emerge dal recente incontro, organizzato in occasione del Festival del Lavoro di Genova di fine maggio 2025, dedicato alle iniziative sociali della categoria è quella di una professione che, andando ben oltre buste paga e contratti, abbraccia una missione più ampia: restituire dignità attraverso il lavoro a chi l’ha perduta.

    Potito di Nunzio, Presidente dell’Ordine di Milano e coordinatore della Consulta regionale lombarda, sottolinea come la sensibilità del Consulente del Lavoro nell’introdursi nel tessuto sociale ed economico del paese non sia soltanto quella di aiutare le imprese e i lavoratori, ma anche di dare aiuto ai bisognosi, a chi è meno fortunato.   

    Brescia, dove gli studenti imparano la solidarietà

    Il viaggio inizia a Brescia con il Presidente del CPO Brescia, Gianluigi Moretti, dove da anni si sperimenta un modello formativo che fa scuola. Le “Cliniche del lavoro” – progetto che si sostanzia in un insegnamento pratico all’interno del corso di laurea triennale in Consulenza del Lavoro-  non sono solo un insegnamento universitario, ma un laboratorio di vita dove futuri professionisti e detenuti si incontrano in un percorso di reciproca crescita.

    Matteo Bodei, Segretario del CPO bresciano e docente da nove anni, spiega che la grande sfida consiste nel prendersi l’impegno di portare avanti un progetto che deve durare finché non si estingue il bisogno, e aggiunge che il bisogno non si estingue mai. Le sue parole pesano come macigni: si costruisce un impegno che dura nel tempo.

    Il progetto coinvolge attivamente i professionisti, gli studenti e le istituzioni carcerarie prevedendo processi di “alfabetizzazione” sui diritti del lavoro carcerario. Gli studenti non si limitano a studiare sui libri: preparano vademecum per aiutare i detenuti a mantenere il posto di lavoro durante la detenzione, spiegano i diritti del lavoro carcerario. È formazione sul campo quella che trasforma i giovani in professionisti socialmente consapevoli. Si costruiscono ponti con le cooperative sociali assistite dai consulenti del lavoro per avvicinarsi in modo consapevole e informato al mondo del lavoro dei detenuti.

    Bodei avverte che il rischio peggiore sarebbe illudere una categoria fragile di essere al loro fianco per poi abbandonarla quando magari passa l’entusiasmo. Per questo ogni anno un nuovo gruppo di studenti prende il testimone, garantendo continuità a chi ha già sofferto abbandoni alle spalle.

    Lecco, venticinque anni di rivoluzione gentile

    A Lecco, Matteo Dell’Era, Presidente dell’Ordine di Lecco, racconta la loro rivoluzione sociale che ha un nome e un’età: CESEA, 25 anni di attività al servizio degli “ultimi degli ultimi”. Salvatore Rossi, che coordina il centro da 12 anni, espone una logica semplice ma rivoluzionaria che ribalta il tradizionale assistenzialismo: invece di pagare sussidi, si offre la possibilità di rendersi utili alla comunità svolgendo attività di manutenzione del verde pubblico, di lavanderia per asili e case di riposo, di tinteggiature per famiglie in difficoltà. Lavori veri, per persone vere, che ritrovano dignità e autostima.

    Rossi chiarisce che il compenso economico erogato è basato sulle esigenze di vita della persona; un principio rivoluzionario che mette al centro la persona. Cibo, salute e abitazione come diritti inalienabili.

    Il problema? L’inquadramento giuridico: il profilo socio-occupazionale non è inquadrato sotto il giuslavoristico. Una zona grigia che necessita di un intervento di legge per essere risolta. Una soluzione per la quale i  Consulenti del lavoro si sono fatti parte attiva.

    Milano, il laboratorio delle emozioni

    Nel capoluogo lombardo l’approccio è diverso ma non meno efficace. Luciana Mari, coordinatrice della Commissione per il Sociale, parla di emozioni quando descrive il lavoro della sua squadra. E si capisce perché guardando il video di 120 secondi che racconta le loro attività.

    Il progetto “Diamo lavoro”, nato dalla collaborazione con Caritas e INPS, ha già messo al lavoro una trentina di persone nel primo anno. Non numeri sterili, ma vite che hanno ritrovato una strada. Luciana Mari ammette che la diffidenza nel mondo del lavoro esiste e che può non essere agevole accogliere all’interno della propria realtà lavorativa un lavoratore che ha delle fragilità. Per questo Caritas garantisce un tutoraggio costante, costruendo quella fiducia che spesso manca.

    Poi c’è Comunità Nuova, la realtà di Don Gino Rigoldi, dove i consulenti partecipano al segretariato sociale. Qui si scopre che spesso sono i bisogni più semplici a rappresentare barriere insormontabili: scaricare il registro elettronico del figlio, procurarsi le credenziali SPID, leggere un contratto di lavoro.

    L’iniziativa “Un caffè con il consulente” è molto più di un incontro quindicinale: è il luogo dove si ascoltano le storie, si valorizzano le esperienze, si restituisce dignità. Luciana Mari racconta che aiutano a creare curriculum vitae, ma non semplicemente scrivendoli: chiedono alle persone chi sono, che esperienze hanno fatto per dare valore alla persona stessa.

    L’innovazione arriva anche nel metodo: il Labour Game, un gioco da tavola che porta i partecipanti dall’assunzione alla pensione, simulando tutti gli eventi della vita lavorativa. Chi l’avrebbe mai detto che il diritto del lavoro potesse diventare divertente?

    Nelle scuole superiori la scoperta è rivelatrice: molti ragazzi sono convinti che ai minorenni non si possa fare un contratto regolare. L’ignoranza sui propri diritti inizia presto, e l’educazione diventa urgente.

    L’impegno della Commissione milanese si estende anche all’interno del sistema carcerario con il progetto “Il carcere, un’opportunità da cogliere” nel carcere di Bollate, dove è stata avviata una collaborazione con l’associazione MY URBY che si occupa della valorizzazione delle persone. Qui l’approccio è sempre quello della valorizzazione della persona: Luciana Mari spiega che quando qualcosa è successo nel percorso di vita di una persona, l’importante è che ci sia la volontà di superarlo, di andare oltre. I percorsi che sviluppano sono percorsi di consapevolezza.

    Il concetto di “valore” rappresenta il filo conduttore di tutto l’intervento carcerario. Luciana Mari sottolinea l’importanza di dare valore e riconoscere il valore di ogni persona, evidenziando come anche chi ha vissuto esperienze difficili mantenga una dignità e un potenziale da riconoscere e valorizzare. L’approccio non è giudicante ma costruttivo, orientato al futuro e al reinserimento sociale.

    I percorsi includono la stesura del curriculum, la preparazione ai colloqui di lavoro, le regole di comportamento e la lettura della busta paga. Luciana Mari conclude che tutte queste attività hanno l’obiettivo di portare valore, far riconoscere valore alle persone ed essere a servizio del prossimo, perché questo è il senso di tutta la loro attività.

    Pavia, la violenza che non si vede

    A Pavia si combatte una battaglia particolare: quella contro la violenza economica. Marisa Manzato, Presidente del CPO pavese, affiancata da Clara Rampollo, consulente del lavoro di Pavia, spiega che le attività promosse si rivolgono a persone che hanno subito violenza, che non necessariamente deve essere violenza fisica o sessuale, ma in questo caso si tratta di violenza economica.

    Sono donne tra i 25 e i 55 anni, italiane e straniere, con o senza titoli di studio, accomunate dall’impossibilità di essere economicamente autonome. I tre progetti sviluppati – SALE, la Rete multi-agency con 24 aderenti territoriali, e “Ricomincio da me” – offrono percorsi integrati che vanno dall’housing sociale alla formazione professionale: si cerca di dare supporto anche nelle attività semplici, ma concrete, come aprire un conto corrente fino a d arrivare a prendere contatti con agenzie immobiliari del territorio per mettere a disposizione abitazioni a prezzi modici, veri rifugi per chi fugge da situazioni pericolose.

    Varese, dove le buone intenzioni diventano realtà

    Michele Frattini, Presidente del CPO di Varese, definisce il loro progetto carcerario ancora in fase embrionale che, firmato con la Prefettura, coinvolge amministrazione penitenziaria, magistratura, associazioni e ordini professionali in un disegno ambizioso.

    Frattini ammette che l’ostacolo principale è culturale: si riscontra una certa resistenza verso l’accoglienza e l’apertura a progetti inclusivi nei confronti di soggetti con un passato difficile. Per questo l’obiettivo è sensibilizzare soprattutto le piccole e medie imprese, quelle che potrebbero fare la differenza ma hanno più paure.

    Il Presidente del CPO varesino sottolinea che la Legge Smuraglia, che prevede agevolazioni per l’assunzione di detenuti ed ex detenuti, rappresenta uno strumento cruciale, ma forse poco conosciuto e che necessita di maggiore visibilità. I numeri parlano chiaro: la recidiva scende dal 70% al 2% quando c’è reinserimento lavorativo. Il lavoro non è solo un diritto, è prevenzione sociale.

    La rivoluzione gentile

    Quello che colpisce di più in questo viaggio attraverso la Lombardia sociale è la determinazione. Di Nunzio osserva che si sta vivendo un periodo in cui c’è una tendenza ad abbandonare le politiche DEI nelle aziende, ma aggiunge che i Consulenti del lavoro non si fermano e vanno avanti in questi progetti perché ritengono che la dignità debba essere portata, insieme alla legalità, in ogni contesto.

    È una rivoluzione gentile quella dei Consulenti del Lavoro lombardi, fatta di piccoli gesti quotidiani che cambiano le vite. C’è qualcosa di più prezioso: la convinzione che il lavoro sia la strada maestra per restituire dignità a chi l’ha perduta.

    Ogni provincia ha sviluppato la propria risposta alle fragilità del territorio, dimostrando che la professione può essere veicolo di trasformazione sociale. Perché alla fine, come ripete spesso Luciana Mari, si tratta sempre di portare valore, far riconoscere valore alle persone ed essere a servizio del prossimo.

    In un’epoca di individualismi e indifferenze, c’è chi ha scelto la strada più difficile: quella della responsabilità sociale.  

    Sotto il video di 120 secondi mostrato durante il Festival del Lavoro.

    Per vedere la registrazione integrale dell’incontro: consulentidellavoro.tv

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